L’Eurovision 2016 può essere ricordato sicuramente come una delle edizioni della kermesse con più connessioni in assoluto ai temi politici.

© Andres Putting (EBU)
© Andres Putting (EBU)

Com’era prevedibile alcune delle ex Repubbliche Sovietiche, oltre ad essere favorite nella vittoria di questa edizione, sono state al centro di polemiche e screzi tra nazioni che hanno reso il 2016 un anno assolutamente prolifico per coloro che seguono Eurovision non solo per l’aspetto musicale.

Il super favorito artista russo, Sergey Lazarev ad esempio, si è visto costretto a rispondere durante la conferenza stampa a legittime domande sulla situazione della comunità LGBT (la comunità omosessuale, bi e transessuale che da sempre segue il festival e compone a livello internazionale una buona parte del pubblico e dei fan di Eurovision. Quest’anno gli organizzatori del festival avevano proibito lo sventolare di bandiere arcobaleno, simbolo internazionale della comunità LGBT, durante l’esibizione di Lazarev, proprio per evitare ulteriori polemiche di tipo politico) nel suo paese dovendo rassicurare coloro che appartengono a questo gruppo sociale in caso di vincita dell’edizione 2016 della Russia.

Lazarev alle domande scomode ma scontate e inevitabili per una conferenza stampa di un evento così vicino alla comunità gay ha dovuto rispondere nel modo più diplomatico possibile invitando e rassicurando omosessuali e transessuali sul territorio russo “La vita gay esiste in Russia, non è un segreto. Siamo un paese moderno. Se cercate su Google vedrete quanti locali LGBT ci sono da noi. (…) Abbiamo ospitato Sochi e sono venute tantissime persone con nazionalità e orientamento sessuali diversi e abbiamo ospitato Eurovision 2009 e anche qui ognuno era il benvenuto.(…) Dovreste venire a conoscere la Russia, non è così fredda come pensate.”

Le risposte politicamente corrette di Sergey Lazarev prima della finale in previsione della vittoria non tenevano conto in realtà di quanto la politica internazionale entra ogni anno in Eurovision e di quanto il pubblico di tutta Europa che segue il festival oltre a votare la bellezza delle canzoni e delle performance, non dimentica l’attualità (il momento delle votazioni in Eurovision sono da sempre un vero momento politico, specchio delle relazioni tra le nazioni concorrenti).

Ormai da anni la Russia di Putin, una dei paesi più affezionati a questa kermesse musicale europea, trova proprio in Eurovision uno spazio ostile e palesemente accusatorio rispetto ad alcune politiche interne ed estere portate avanti dal governo di Mosca.

Forse mai come quest’anno il giudizio dell’opinione ha trasversalmente “punito” il performer russo, premiando alla finale il paese che tra tutti è quello più apertamente schierato in questo momento contro la Russia, visto il conflitto ancora in atto tra i due paesi, l’Ucraina che ha portato in scena l’artista di origine tatara Jamala con la sua 1944.

Canzone vincitrice a rischio di esclusione proprio per il messaggio politico esplicitamente polemico verso il governo russo attuale, ma anche verso il potere sovietico che nella storia moderna ha represso le minoranze etniche e religiose come quella a cui appartiene la cantante, 1944 è stata dopo il trionfo alla finale al centro di una strumentalizzazione senza precedenti e di dichiarazioni da parte di politici russi pro-Putin che non hanno perso tempo prezioso per trasformare il brano in un capro espiatorio per poter ricominciare una sterile polemica con il governo ucraino.

Jamala è diventata, in parte in modo programmato proprio per via del contenuto del brano, una sorta di paladina di tutti quei terriotori e minoranze che in qualche modo vivono e hanno vissuto repressione da parte della storia russa.

Dal governo di Mosca nessuna buona parola per l’edizione del festival 2016 e per il pubblico della kermesse, accusato di essere politicizzato e di avere un forte pregiudizio rispetto alla Russia, pubblico che secondo il governo putiniano sarebbe più orientato a votare “contro” un paese per le sue politiche e non “per” un paese sostenendo la bellezza del pezzo musicale.

Un altro argomento che ha creato movimento dal punto di vista politico in Eurovision 2016 è stata l’esposizione della bandiera del Nagorno-Karabakh (area attualmente riconosciuta internazionalmente come parte del Azerbaigian) da parte della cantante armena Iveta Mukuchyan durante le votazioni in una delle due semifinali.

La Mukuchyan che si è presentata alla kermesse canora con il brano LoveWave ha poi spiegato durante la conferenza stampa alle domande dei giornalisti affermando che durante la sua esibizione il suo pensiero non poteva che andare alla sua terra natale e che la canzone con la quale si è esibita era stata portata ad Eurovision per portare esplicitamente un messaggio di amore e di pace.

“Il mio paese vuole la pace” ha sostenuto Iveta Mukuchyan, continuando a non convincere del tutto il pubblico azero ed in primis la cantante Samra che ha commentato “Esporre la bandiera di una parte riconosciuta dell’Azerbaigian è completamente contrario ai principi e alle norme legali del concorso, spero che il Comitato Organizzativo prenda provvedimenti su questo caso” aggiungendo “Eurovision è un festival canoro e deve essere completamente dedicato alla musica”.

Nonostante le polemiche bisogna comunque riconoscere il lato pedagocico di Eurovision.

Tema come la situazione del Nagorno-Karabach al momento attuale scomparso dalle cronache internazionali o la situazione dei diritti LGBT in Russia, sul quale è caduto il sipario dopo i giochi invernali di Sochi, tornano a far parlare e prendono spazio sui principali media che si occupano di cronaca e politica, arrivando così ad informare anche persone che probabilmente nella vita non hanno nessun tipo di relazione con la politica internazionale.

Eurovision 2016 è la dimostrazione di come questa kermesse, oltre ad essere ufficialmente uno dei pochi veri momenti che fanno sentiri i diversi popoli europeii parte di un unico continente unito non solo geograficamente.

Chissà se un giorno le polemiche nate sul palco di Eurovision diventeranno e si trasformeranno in ponti tra i paesi e le culture, chissà, magari proprio utilizzando la musica.

 

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